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La casta: chi tira i fili della nuova élite occidentale?

Negli ultimi due video sono tornato a occuparmi di attualità perché, ancora una volta, la cronaca mi ha riportato alla Bibbia. Non in modo generico, ma in modo preciso: attraverso nomi di operazioni militari, richiami profetici, categorie di guerra “necessaria” e immagini simboliche che servono a rendere la violenza accettabile, più naturale, inevitabile, anzi obbligatoria perché voluta da Dio quando è mirata alla conquista e alla difesa della cosiddetta terra promessa. È questo il punto che mi interessa: non l’uso devozionale del testo, ma il suo impiego come strumento di legittimazione del potere

Il linguaggio biblico come strumento di legittimazione del potere

Quando parlo di “casta” non sto facendo letteratura cospirazionista. Sto indicando una struttura antica e insieme attualissima: un potere che si autorappresenta come necessario, che si sente al di sopra del giudizio comune e che, soprattutto, costruisce il proprio consenso utilizzando un linguaggio sacro. La Bibbia, in questo meccanismo, non è un semplice libro religioso: è un archivio di formule di comando.

Il “ruggito del leone”: Amos e il simbolismo biblico nella guerra contemporanea

Il caso più evidente, in questi giorni, è il nome dato all’operazione israeliana contro l’Iran: sha’agat ha’arieh, “Il ruggito del leone”. Molti hanno richiamato Amos 3:8:

אַרְיֵה שָׁאַג מִי לֹא יִירָא / Adonai YHWH dibber, mi lo yinnave?”,
cioè: “Il leone ha ruggito, chi non temerà? Il Signore YHWH ha parlato, chi non profeterà?”

Ma qui c’è un fatto decisivo che ho voluto sottolineare: Amos non parla contro nemici esterni; parla contro Israele, contro i suoi peccati che altro non sono che disobbedienza agli ordini di Yahweh, e annuncia il castigo che lo colpirà.

Lo stesso capitolo contiene anche Amos 3:4:

Ruggisce forse il leone nella foresta se non ha una preda?

Dunque il richiamo al leone non è innocente: nel testo biblico il ruggito segnala una preda, una minaccia, un’azione già orientata verso la cattura. La figura del leone ricorre frequentemente nella Bibbia — dalla Genesi al Libro dei Proverbi, dal Secondo libro di Samuele ai profeti Isaia e Osea — e rappresenta forza, dominio e inevitabilità dell’azione.

Quando quel simbolo viene trasferito nella guerra contemporanea, l’effetto è evidente: la violenza smette di apparire come decisione politica e si presenta come gesto quasi naturale, quasi profetico.

Lo studio di Dalia Gavriely-Nuri sul linguaggio delle operazioni militari

Qui il lavoro della studiosa Dalia Gavriely-Nuri, docente presso l’Università di Tel Aviv, è illuminante. Nelle sue ricerche sul linguaggio militare israeliano ha mostrato che i nomi delle operazioni non sono affatto neutri. Attribuendo alle operazioni militari denominazioni tratte dalla natura o dalla Bibbia, si producono tre effetti fondamentali: naturalizzazione, eufemizzazione e legittimazione della guerra.

In altre parole, la guerra diventa più dicibile e più accettabile, viene integrata nel paesaggio mentale collettivo. Non è più soltanto guerra: diventa destino, continuità storica, identità.

Il rapporto tra Israele e Persia nella Bibbia

C’è poi un’altra osservazione che considero decisiva. Se davvero si volesse cercare nella Bibbia una giustificazione storica dello scontro con la Persia, la si troverebbe con difficoltà. Anzi, il quadro biblico va in direzione opposta.

In Isaia 45:1 Ciro è chiamato addirittura “unto”, cioè mashiach:

Così dice YHWH al suo unto, a Ciro…

Questo perché ha liberato il popolo dal dominio babilonese.

In Esdra, Neemia e Daniele altri sovrani persiani — Dario I, Serse I, Artaserse — compiono atti favorevoli agli Israeliti, fino a consentire la ricostruzione del tempio e delle mura di Gerusalemme.

E nella tradizione narrativa del libro di Ester il regno persiano diventa addirittura il contesto entro cui gli Ebrei vengono sottratti alla minaccia di sterminio.

Questo significa una cosa molto semplice: il conflitto attuale non trova una base lineare nella memoria biblica. La Bibbia viene semmai riutilizzata selettivamente per fornire un rivestimento simbolico a interessi contemporanei.

Il doppio potere nella Bibbia: autorità politica e autorità religiosa

Ed è qui che ritorna la “casta”. Nei testi dell’Antico Testamento io vedo spesso un potere doppio: da una parte la forza politica, dall’altra quella sacerdotale; da una parte il comando operativo, dall’altra la sua copertura religiosa.

Mosè e Aronne — il capo civile e il referente cultuale — rappresentano un esempio chiarissimo di questa alleanza.

È una struttura che non obbedisce alle regole comuni: le impone. Quando giudica, giudica sempre dall’alto. Leggi civili e leggi religiose costituiscono un tutt’uno, come accade ancora oggi nei sistemi teocratici.

Per questo continuo a dire che la Bibbia va letta senza anestesia teologica: non perché debba essere demonizzata, ma perché solo così mostra il suo contenuto reale, che non è spirituale ma profondamente politico.

Il meccanismo del potere: problema, reazione, soluzione

Il punto, dunque, non è chiedersi se esista o no una nuova élite. Il punto è capire come si autorizza.

E io vedo che continua ad autorizzarsi con gli stessi strumenti di sempre: promessa, elezione, guerra necessaria, nemico assoluto, sacralizzazione della conquista.

La cronaca passa, ma il dispositivo resta. Spesso applica una tecnica collaudata: creazione di una situazione problematica, reazione del popolo che chiede una soluzione, intervento del potere che ha programmato la successione degli eventi per presentare la conclusione finale — in realtà decisa fin dall’inizio — come atto necessario e addirittura richiesto dal popolo stesso.

Conclusione

Negli ultimi due video ho cercato di fare una cosa molto semplice: riportare il discorso dal clamore delle dichiarazioni al peso delle parole. Quando una guerra prende il nome da un versetto, quando una scelta politica si veste di Bibbia, quando la forza si presenta come destino, allora il problema non è solo geopolitico.

È filologico, culturale, simbolico.

E finché non avremo il coraggio di leggere ciò che il testo dice davvero, continueremo a subire ciò che altri vogliono fargli dire per utilizzarlo a proprio vantaggio.

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