Rileggere i testi con occhi “tecnici”
Nei miei video propongo spesso una lettura concreta dei testi antichi: niente veli metafisici, ma oggetti, procedure, macchine descritte con il vocabolario dell’epoca. In questo articolo riprendo quel filo: dall’ápeiron di Anassimandro inteso come polvere, alla Bibbia letta come cronaca operativa, passando per un oracolo “tecnicamente allestito”, automi omerici, le “ruote dentro ruote” di Ezechiele e un cilindro volante con misure precise.
Apeiron, ’afàr e ’adam: termini correlati che indicano materia e non un’idea astratta
Parto da Giovanni Semerano. Nel suo lavoro sull’infinito contesta l’idea, ripetuta per secoli, che l’ápeiron dei primi pensatori greci significhi “infinito”.
Mette in fila i dati filologici: connessioni con il semitico ’āpār/’āfār (“polvere, terra”), l’accadico eperu, e la famiglia greca epeiros/apeiros (con oscillazioni dialettali). L’errore, dice, nasce anche dalla assolutizzazione imposta dall’articolo neutro tò. Se sposto il baricentro sul senso materiale, la Bibbia combacia: in Genesi 2,7 leggo che YHWH Elohim plasmò hā-ʾādām ʿāfār. Non “con” – quel “con” non c’è – ma ʾādām ʿāfār come definizione: un vivente di polvere/terra.
È il ritorno alla concretezza originaria: i “primi filosofi” appaiono di nuovo scienziati della natura, non sacerdoti dell’Idea.

Necromanteion: regia tecnologica dell’esperienza
Sull’Epiro, a sud di Corfù, gli scavi del Necromanteion hanno mostrato un dispositivo rituale costruito con intelligenza scenica: labirinti di pietra stretti e bui, corridoi tecnici nascosti, superfici che assorbono l’eco, luci minime.
I pellegrini venivano preparati: isolamento, digiuni, dieta guidata (vino, orzo, fave crude, funghi), talvolta erbe e altre sostanze che alterano la percezione. Lo “spettro” evocato discendeva grazie ad una gru e a un sistema di carrucole: un sacerdote incappucciato, nero su nero, tra ombre proiettate su roccia lucidata, emetteva suoni terrificanti.
È un perfetto esempio di ingegneria della percezione: l’aldilà messo in scena con i mezzi del di qua. Anche in Egitto conoscevano bene questa tecnica: sistemi idraulici, contro-pesi, automi facevano parlare statue e muovere porte “divine”.

Efesto e gli automi: Omero senza allegoria
Se leggo Omero senza allegorie obbligate, vedo Efesto come un ingegnere-progettista. L’Iliade presenta infatti i mantici dell’officina del “dio” che obbediscono alla parola.
in Omero infatti il verbo “keleúō” significa “ordinare, comandare, esortare ad agire”, spesso con l’idea di immediata esecuzione (è il verbo degli ordini ai rematori, ai guerrieri, agli addetti ai lavori e sottolinea un rapporto comando-risposta, non un gesto vago).
Quando nel libro XVIII dell’Iliade Efesto “keleúō i mantici” e subito “i mantici si mettono al lavoro”, il testo non dice semplicemente “accese i mantici” in modo generico: usa proprio il verbo del comando operativo → ordine impartito → azione eseguita.
Inoltre, vengono descritti nel dettaglio tripodi su ruote che entrano ed escono da soli dall’assemblea divina, ancelle auree “simili a fanciulle vive” ma non vive, dotate di voce e mente: in pratica veri e propri automi. L’epica usa immagini accessibili, ma l’inventario è tecnico: sistemi automatici, catene cinematiche, controllo remoto. Il mito è il linguaggio; l’oggetto, però, è un meccanismo.
Frecce che ronzano, “calabroni” e malattie della pelle
Nel primo libro dell’Iliade Apollo “scaglia” le sue frecce e, insieme al sibilo minaccioso che accompagna il tiro, nel campo acheo si diffonde una peste.
È una sequenza narrativa asciutta: rumore → impatto → sintomo.
L’autore antico non dispone del nostro lessico tecnico per parlare di vettori patogeni, armi: registra ciò che percepisce e lo traduce in immagini alla sua portata — frecce che fanno ronzio e un morbo che corre tra uomini e animali. La Bibbia, su questo punto, non è molto lontana.
In Deuteronomio 7:20 leggiamo che Yahweh “manderà contro di loro la ṣir‘āh”, termine che viene comunemente tradotto con “calabrone”: il calabrone infatti punge, fa male alla pelle, spaventa e costringe alla fuga. Ma il termine ebraico apre un campo semantico più ampio: la famiglia ṣ-r-ʿ rimanda anche a concetti di prostrazione, affezione cutanea, panico collettivo. In altri termini: il testo non sta per forza descrivendo la presenza di insetti, sta piuttosto fissando in una parola l’effetto fisico e psichico percepito da chi subisce l’attacco condotto con… non facciamo fantasiose congetture.

Questa è, a mio avviso, la chiave: gli autori antichi descrivono effetti reali con termini allora disponibili. È lo stesso meccanismo con cui i nativi americani, incontrando il cavallo per la prima volta, lo chiamarono “cane daino” (un “cane grande” che corre come un cervide); e quando arrivò il treno parlarono di “cavallo di ferro”.
Oppure quando nel 1947 i primi avvistamenti nei cieli di oggetti sconosciuti fecero coniare l’espressione “piattini volanti”: un’etichetta provvisoria data a un oggetto concreto per il quale non possedevamo ancora il vocabolario.
Ecco perché metto in parallelo le frecce “ronzanti” di Apollo e ṣir‘āh biblica: in entrambi i casi non siamo davanti a favole edificanti, ma a testi che tentano di fissare un fenomeno — dolore, contagio, spavento — con le parole di cui gli autori disponevano. Se accetto questa premessa, smetto di forzare le allegorie e posso iniziare a chiedermi che cosa stessero effettivamente osservando.

Kavòd: peso, rumore, energia – non “gloria”
Riprendo e sviluppo un tema preso dal mio libro Cieli in fiamme. Quando il testo ebraico parla di kavòd, non sta evocando un’aura mistica: descrive una presenza materiale che arriva, si posa, riparte, fa rumore e produce luce/calore, al punto da imporre distanze e protocolli comportamentali. Ezechiele, ad esempio, racconta che il kavòd “si alzava” e che al suo movimento corrispondeva un fragore “simile a una massa d’acqua”, con il terreno che brilla sotto: è una dinamica fisica, non un simbolo etereo.
Sempre Ezechiele inquadra il kavòd sopra entità operative (i “cherubini”), e quando il kavòd si posiziona su di loro, la struttura decolla: i cherubini “spiegano le ali” e si sollevano da terra “sotto i miei occhi”. Qui l’autore insiste sulla concretezza dell’evento e sulla sua osservazione diretta.
Nel libro mostro inoltre come il ruach che “solleva” e trasporta testimoni venga poi identificato con il kavòd: due termini che, nella pratica, descrivono aspetti complementari della stessa piattaforma (movimento/vento e peso/energia). È Ezechiele stesso a unire i fili, non un commento posteriore.
Infine, la scena del decollo e dello spostamento verso est del kavòd stesso è accompagnata da coordinate spazio-temporali e sequenze operative (sollevamento, traslazione, sosta su un monte): è una “regia” da rapporto tecnico più che una parabola.
Galgal/Ofanim: “ruote dentro ruote”
Ezechiele descrive un complesso articolato: in basso i cheruvim (unità “viventi” operative), accanto a ciascuno una ruota, e sopra un pavimento/volta (raqîa‘) che regge la piattaforma su cui siede la figura sul trono. Le ruote sono “una dentro l’altra”, “piene di occhi tutt’intorno”, e — punto decisivo — “si muovevano in ogni direzione senza voltarsi”. A più riprese il profeta aggiunge che “il rûaḥ della creatura vivente era nelle ruote”: la stessa forza/soffio/moto anima tutto l’insieme (Ez 1:15–21; 10:9–12).
Evito l’allegoria generica e prendo sul serio la sintassi operativa del racconto. “Una ruota dentro l’altra” è una formula che in meccanica richiama un cinematismo coassiale: immagina due anelli incernierati su assi diversi (perpendicolari tra loro), come una doppia ralla o un giunto cardanico. Questo schema consente di cambiare assetto e direzione di moto senza dover ruotare l’intero veicolo su se stesso.
Il testo prosegue infatti: avanzano “senza voltarsi”. In termini pratici: il corpo non esegue una rotazione di prua per cambiare direzione; è il sistema ruote che orienta l’assetto e consente la traslazione laterale/obliqua. È un comportamento olonomo (movimento in qualsiasi direzione sul piano) più vicino a un piattaforma a cinematismi indipendenti che a un carro che sterza girando il timone.

Gli “occhi” che ricoprono gli anelli non sono un vezzo poetico, la superficie “piena di occhi” non aggiunge misticismo, inserisce un dettaglio, una funzione. In un lessico moderno potremmo parlare di oblò/sensori distribuiti sul perimetro: elementi di navigazione, evitamento ostacoli, controllo d’assetto e consapevolezza situazionale (360°). Il fatto che Ezechiele noti proprio la distribuzione periferica suggerisce un anello “intelligente”.
L’osservazione “lo stesso rûaḥ era nelle ruote” lega dinamicamente i moduli: ciò che muove i cherubim muove anche le ruote. Non due sistemi separati (trazione da una parte, carico dall’altra), ma un’unica catena energetica di controllo.
E’ la polisemia ebraica che consente, ma contemporaneamente, impone letture diverse, ma semanticamente correlate, dello stesso termine. Il significato è dato dal contesto che va seguito con estrema attenzione. Anche in italiano il termine spirito indica l’anima o l’alcol, un fantasma o lo spirito di squadra e molto altro ancora… Nulla di straordinario, è sufficiente leggere con attenzione e mente aperta.
Quando i cherubim si alzano, si alzano le ruote; quando si fermano loro, si fermano anche le ruote; quando si sollevano, si solleva anche la piattaforma superiore. È la firma di un sistema integrato:
- Ofanim (ruote) → unità di sostentamento/manovra (assetto e direzionalità senza yaw del corpo).
- Rûaḥ → spinta/energia comune che sincronizza i moduli.
- Piattaforma superiore → carico/centro di controllo collocato sopra il raqîa‘.
Il risultato non è un collage simbolico, ma una coreografia operativa ripetuta: decollo verticale (sollevamento simultaneo), traslazione “senza voltarsi” (cambio direzione senza rotazione del corpo), sosta (arresto sincrono), ripartenza. Tutto scritto con verbi d’azione, direzioni, relazioni spaziali e tempi. Se assumo che Ezechiele descriva ciò che vede con le parole che possiede, la sua pagina funziona come un rapporto osservativo: “ruote dentro ruote” non è un orpello poetico, è l’istantanea di un meccanismo di assetto capace di governare il movimento della piattaforma in ogni direzione, senza voltarsi.

Meghillà volante: un rotolo che vola (con misure precise)
Zaccaria è molto chiaro: “Che cosa vedi?” – “Vedo una meghillà che vola” (Zc 5). Meghillà in ebraico si riferisce specificamente ai rotoli di pergamena che contengono testi dei libri. Per la sua forma d’uso può essere infatti arrotolato (cilindrico) oppure svolto (rettangolare).
E il profeta, infatti, ne indica le dimensioni: venti cubiti di lunghezza e dieci di larghezza. Tradotto in misure moderne (con un cubito “regolare” di 45–50 cm), parliamo di un elemento circa 9–10 m × 4,5–5 m: non un simbolo impalpabile, ma un corpo esteso che si muove in aria. Il testo non ci dà velocità o traiettoria del mezzo, ma fornisce ciò che un osservatore antico può fissare con esattezza: che cosa è (per lui: un rotolo), che cosa fa (vola), quanto misura.
Perché questo dettaglio è importante? Perché rivela una economia del linguaggio tipica dei narratori antichi: chiamano l’oggetto con il nome più vicino al loro mondo (qui, il “rotolo” dei testi) e poi ne registrano dati fisici (dimensioni, movimento, effetti).
È lo stesso schema che ritrovo in altri passi: la nube che “avvolge” e si accende, il rumore che cresce, la luce che abbaglia, i divieti di avvicinamento, i tempi di sosta e di ripartenza. Non un’aura spirituale generica: la percezione concreta di qualcosa che arriva, staziona e riparte, raccontata con il vocabolario disponibile. Se prendo sul serio questa sintassi operativa, la “meghillà volante” smette di essere una metafora indeterminata e torna a essere ciò che il testo offre: un oggetto visto, descritto con misure e comportamenti.
Fare finta che i testi antichi raccontino la realtà ci avvicina al messaggio che gli antichi volevano giungesse ai lettori
Rivendico una cosa semplice, quasi banale: il diritto – e direi il dovere – di leggere Bibbia e classici in chiave tecnico-concreta. Quando smettiamo di spiritualizzare ogni parola difficile, tornano in superficie materia, strumenti, macchine, procedure. L’ápeiron rientra nel suo ambito fisico accanto all’’āfār della Genesi; il Necromanteion si mostra per quello che è, una regia dell’esperienza costruita con corridoi anecoici, leve, luci e preparazione psicofisica, il tutto finalizzato all’inganno dell’utente; Efesto smette di essere solo mito e riprende il suo posto di ingegnere tra mantici che “obbediscono” e automi che svolgono funzioni precise.
Lo stesso vale per i testi profetici: se prendo sul serio la grammatica del racconto, le “ruote dentro ruote” di Ezechiele diventano un sistema d’assetto coerente che permette di muoversi senza voltarsi; e la meghillà di Zaccaria non è un’evanescenza devozionale, ma un oggetto definito per nome e misura: “rotolo”, “vola”, “è lungo così e largo cosà”. È la logica normale di chi osserva qualcosa che non sa come chiamare: usa il nome più vicino e annota dati fisici. Non è diverso da ciò che fecero i nativi quando battezzarono il cavallo “cane daino” o da quel nostro istintivo “piattini volanti” del 1947.

Questo è il punto: fare finta che dicano il vero. Fare finta che chi scrive abbia descritto ciò che ha visto e udito con il vocabolario che possedeva. Se accetto questa ipotesi minima, l’allegoria smette di essere un riflesso condizionato, la spiegazione unica e polivalente, e lascia spazio a domande verificabili: che cosa produce quel ronzio? perché servono distanze e tempi di sosta? come funziona un movimento “senza girarsi”? È un campo di indagine più sobrio, meno urlato, ma – paradossalmente – più affascinante, perché restituisce ai testi la loro densità di realtà.
Questa che ho qui presentato è solo una schematizzazione tratta dal mio argomento specifico. Per chi desidera approfondire, nel libro Cieli in fiamme Erich von Däniken ed io sviluppiamo con molte altre evidenze proprio questa tipologia di temi evidenziando e documentando come siano pressoché onnipresenti nelle culture antiche di tutti i continenti: una coincidenza tanto casuale quanto incredibile? È un invito: proviamo, insieme, a leggere senza veli. E vediamo che cosa succede.


