Quando affrontiamo la Bibbia con un approccio filologico e non teologico, emerge un quadro sorprendentemente umano: il bisogno di conoscere l’ignoto, il desiderio di sicurezza psicologica e la facilità con cui si può cadere vittime di inganni che sfruttano paure e aspettative. Il tema della magia proibita si colloca esattamente qui, tra la consapevolezza pragmatica di Yahweh, i divieti trasmessi dai redattori e la resistenza del popolo a rinunciare a pratiche radicate da secoli.
La Bibbia, sotto questo profilo, è un documento straordinariamente sincero: registra i divieti e registra anche le trasgressioni, mostra l’intento normativo e mostra la realtà sociale, evidenziando in più punti contraddizioni interne e perfino errori che la tradizione manoscritta ha mantenuto intatti.
I divieti di Yahweh e la difficoltà di definire la magia biblica
Uno dei testi più chiari sul tema si trova in Deuteronomio 18, dove è esplicitamente affermato che non deve trovarsi nel popolo chi pratica divinazione, sortilegio, augurio, magia, incantesimi, chi consulta spiriti, indovini o chi interroga i morti. Si tratta di un elenco ampio, e non è affatto semplice stabilire filologicamente il significato preciso dei singoli termini ebraici, perché le categorie moderne – magia, stregoneria, spiritismo, chiaroveggenza – non coincidono necessariamente con quelle antiche.
L’autore biblico sembra voler coprire tutto lo spettro delle pratiche magico-divinatorie conosciute nel Vicino Oriente antico, vietandole in blocco proprio perché, dal punto di vista della narrazione, rappresentano un pericolo di inganno. Non sorprende, quindi, che i divieti siano ripetuti con grande insistenza.
Nel Levitico 20 la pena diventa esplicita: «Un uomo o una donna che fanno il negromante o l’indovino siano messi a morte».
Evidentemente, nella logica interna del testo, il rischio di manipolazione era percepito come altissimo.
Tuttavia, la stessa Bibbia riconosce che queste pratiche continuano a prosperare, dimostrando che la proibizione non riesce a contrastare un radicamento culturale profondissimo. La magia è un elemento strutturale di tutte le società antiche, non una marginalità.

Il ruolo dei profeti e la perenne attrazione del popolo verso la magia
Nella cultura biblica il profeta non è un “indovino”: il termine indica “colui che parla per conto di”, cioè un incaricato che comunica messaggi attribuiti a Yahweh. I profeti non predicono il futuro con tecniche magiche, ma esprimono le conseguenze logiche dei comportamenti del popolo: se obbedite accadrà questo; se disobbedite accadrà quello.
Eppure la funzione di rassicurazione resta centrale, e il popolo continua a cercare qualcuno che “dica cosa succederà”. Da qui la perenne tensione fra profezia e divinazione.
Profeti come Isaia parlano di un popolo “pieno di indovini e di maghi come i Filistei” e invitano a non consultare negromanti e indovini che “bisbigliano e mormorano” (Is 8,19), due verbi che torneranno significativi quando analizzeremo la tecnica della negromante di Endor. Anche Geremia ed Ezechiele denunciano costantemente queste pratiche.
Ma, nonostante condanne e ammonimenti, la magia non scompare: è troppo radicata e risponde a un bisogno psicologico profondo, che la profezia non riesce a colmare del tutto.

Dai divieti alla legalizzazione: quando la magia diventa istituzione
In altri periodi, invece, i re arrivano addirittura a istituzionalizzare maghi e indovini. Il Secondo Libro delle Cronache attribuisce a Manasse la creazione di vere e proprie corporazioni di astrologi, maghi, divinatori e negromanti. È un paradosso rilevante: il potere politico riconosce formalmente ciò che Yahweh aveva proibito.
Solo con la grande riforma religiosa del re Giosia, intorno al 622 a.C., queste corporazioni vengono eliminate. Il Secondo Libro dei Re racconta che Giosia “eliminò negromanti, indovini, terafim, idoli e tutti gli abomini”. Giosia tenta infatti un’opera di monoteizzazione: ridurre la pluralità di culti e divinità e imporre un unico Elohim, centralizzando al contempo il potere sacerdotale e politico a Gerusalemme.
È in questo clima di tensione, fra divieti, riforme e resistenze popolari, che si colloca l’episodio più emblematico della Bibbia riguardante gli inganni magici: l’incontro fra Saul e la negromante di Endor.

Il silenzio di Yahweh e la disperazione di Saul
Il Primo Libro di Samuele ci mostra Saul impegnato in una guerra difficile contro i Filistei. Samuele è morto, il nemico appare numeroso, e il re è dominato dalla paura. Tenta di consultare Yahweh tramite sogni, tramite gli urim e tramite i profeti, ma il testo dice che Yahweh non gli risponde. Non sappiamo perché il testo non lo spieghi.
Sappiamo però che Saul ha bisogno di sapere cosa accadrà e di trovare un orientamento. Ed è qui che emerge la contraddizione: proprio lui, che aveva bandito maghi e negromanti, ordina ai suoi servi: «Cercatemi una negromante».
I servi gli indicano una donna che vive a Endor, un villaggio situato circa quattro miglia a sud del Monte Tabor, accanto a un complesso montuoso ricco di grotte. È perfettamente plausibile immaginare la scena in una grotta: un ambiente chiuso favorisce ogni forma di manipolazione acustica.
Saul si traveste, raggiunge la donna e le chiede di evocare lo spirito di Samuele. La negromante dice di vedere “un uomo anziano avvolto in un mantello”. Saul, già suggestionato dalla paura, crede si tratti del profeta e gli chiede cosa accadrà nella battaglia imminente. La risposta è terribile: i Filistei vinceranno e lui e i suoi figli moriranno “domani”.

Il significato di baʿalat ʾov e la tecnica dell’inganno
Qui la filologia diventa decisiva. La donna non è chiamata “strega”, ma בעלת־אוב (baʿalat ʾov).
- baʿal = signore, padrone
- baʿalat = padrona (femminile)
- ʾov = otre, bottiglia, contenitore in pelle
La negromante è dunque “colei che possiede l’otre”, cioè una praticante che utilizza uno strumento tecnico specifico. Un otre può distorcere la voce, amplificarla, farla sembrare proveniente da un punto diverso, creando l’effetto tipico del ventriloquismo.
Non a caso, la Settanta, la traduzione greca antica della Bibbia, traduce baʿalat ʾov con ἐγγαστρίμυθος (engastrimythos), letteralmente:
“ventriloqua”, colei che parla dalla pancia.
Questo indica con chiarezza che la tradizione greca aveva compreso la natura tecnica della scena.

Un midrash aggiunge un dettaglio notevole. Secondo il Pirqé de-Rabbì Eli‘ezer, la negromante si chiamava Zefania ed era la madre di Abner, primo cugino di Saul e comandante del suo esercito. Abner, frequentando la corte, avrebbe potuto ascoltare i rimproveri di Samuele pronunciati quando era ancora vivo. E infatti, ciò che la negromante attribuisce allo “spirito” di Samuele è una ripetizione quasi letterale delle parole già pronunciate dal profeta in vita, come riportato in 1Samuele 15.
La donna, dunque:
- conosceva quelle parole,
- le ripete,
- le declama tramite uno strumento acustico,
- in un ambiente favorevole come una grotta,
- a un re già terrorizzato.
Un inganno perfettamente organizzato.

La profezia “per domani” che si avvera tre giorni dopo


