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La Bibbia: Il libro più venduto e meno letto

C’è un’espressione che ricorre spesso quando si parla della Bibbia: il libro più venduto e meno letto della storia. È una formula che funziona, colpisce, resta impressa. Ma come accade a molte formule efficaci, rischia di diventare uno slogan vuoto se non ci si ferma a riflettere su ciò che davvero implica. Non significa soltanto che molte persone possiedono una Bibbia senza averla mai aperta. Significa, soprattutto, che anche quando viene letta, la Bibbia raramente viene affrontata come un testo antico, con una lingua propria, una mentalità propria e obiettivi ben precisi.

Leggere non equivale a comprendere. E comprendere un testo antico non significa leggerlo con la sensibilità moderna, ma accettare di entrare in un mondo che non è il nostro. Questo è il punto da cui sono partito anche quest’anno, tornando più volte sugli stessi testi, non per ribadire tesi ideologiche, ma per fare ciò che dovrebbe essere ovvio e che invece spesso non lo è: lasciare che le parole dicano ciò che dicono.

Le parole come fondamento del testo

Quando parlo di “parole”, intendo termini concreti, non concetti spiritualizzati. L’ebraico biblico è una lingua essenziale, diretta, funzionale. Non nasce per fare teologia, ma per descrivere azioni, eventi, rapporti di forza, ordini, paure, alleanze. Ogni parola è scelta per dire qualcosa di preciso, e ignorare questo dato significa allontanarsi dal testo già in partenza.

Un esempio centrale, ormai noto ma ancora spesso eluso, è ’elohim. Questo termine viene tradotto quasi sistematicamente con “Dio”, al singolare, come se il testo ebraico stesse parlando di un’entità unica, assoluta e trascendente nel senso in cui la intendiamo oggi. Ma ’elohim è un plurale. È un fatto grammaticale, non una provocazione. Il singolare ebraico è ’eloah. Il plurale maschile è ’elohim. Che poi questo termine venga usato talvolta con verbi al singolare è una questione sintattica e funzionale, non una cancellazione della sua forma.

Il testo, dunque, parla di ’elohim, non di “Dio” nel senso teologico moderno. Tutto il resto è interpretazione successiva.

Ruach: vento, non spirito

Un altro termine che ricorre frequentemente ed è caricato di significati estranei al testo è ruach. Tradurlo con “spirito” introduce immediatamente una dimensione immateriale, quasi filosofica, che l’ebraico non presuppone. Ruach significa vento, aria in movimento, forza che agisce. È qualcosa che si percepisce, che produce effetti, che sposta.

Quando nel testo si legge che la ruach di YHWH si muove, si posa, agisce, non si sta parlando di una presenza spirituale nel senso teologico. Si sta descrivendo un’azione concreta, percepibile, inserita in una narrazione operativa. Il testo non spiega cosa sia quella ruach; la descrive per ciò che fa.

Kavod: peso, non gloria

Lo stesso meccanismo interpretativo si ritrova nel termine kavod, quasi sempre tradotto con “gloria”. Nel nostro linguaggio religioso, la gloria è qualcosa di astratto, solenne, immateriale. In ebraico, kavod deriva da una radice che indica il peso, la consistenza, la massa. Qualcosa che occupa spazio e che si impone.

Quando il testo parla del kavod di YHWH, descrive una presenza che si manifesta, che produce un grande rumore quando si alza da terra, che riempie un luogo, che può spaventare, che costringe le persone ad allontanarsi. Non è un concetto morale o simbolico, ma una descrizione fenomenica. È ciò che accade quando si smette di tradurre per tradizione e si torna al significato letterale.

Qadosh: separato, non moralmente puro

Un altro termine fondamentale è qadosh, tradotto abitualmente con “Santo”, oggi, significa puro, perfetto, moralmente elevato. In ebraico, qadosh significa separato, distinto, riservato a un uso specifico.

Un oggetto è qadosh perché non è utilizzabile liberamente. Un luogo è qadosh perché non è accessibile a tutti. Una persona è qadosh perché è sottratta alla vita ordinaria. Non c’è, nel termine, alcun giudizio morale. C’è una funzione, non una qualità etica.

Adam: l’essere umano, non il primo uomo

Anche il termine ’adam merita attenzione. Spesso viene letto come nome proprio, “Adamo”, primo uomo creato da Dio. Ma adam, in ebraico, indica l’essere umano, l’umanità, l’uomo come specie. Deriva da adamah, la terra, il suolo. Il testo parla di un ’adam tratto dalla ’adamah, cioè di un essere umano legato alla terra, non di un individuo con nome e cognome.

Trasformare ’adam in un personaggio storico unico è una scelta interpretativa successiva, non una necessità testuale.

Un testo operativo, non spirituale

Mettendo insieme questi esempi, emerge un dato costante: la Bibbia non nasce come testo spirituale nel senso moderno del termine. È un testo operativo. Parla di ordini, di alleanze, di punizioni, di strategie, di confini. Racconta il rapporto tra gruppi umani e figure di potere chiamate ’elohim. Tutto ciò che oggi chiamiamo “teologia” è una rilettura successiva, stratificata nei secoli.

Questo non rende il testo meno interessante. Al contrario, lo rende finalmente leggibile. Lo restituisce alla storia, alla filologia, allo studio comparato con altri testi del Vicino Oriente antico.

Il problema non è la fede, ma la lettura

Uno degli equivoci più frequenti è pensare che questo tipo di approccio sia un attacco alla fede. Non lo è. La fede appartiene alla sfera personale. Il testo appartiene alla storia. Confondere le due cose significa fare un torto a entrambe.

Il problema non è credere o non credere. Il problema è leggere. E leggere significa accettare che il testo non confermi sempre ciò che la tradizione ha costruito attorno ad esso.

Cosa resta dopo un anno passato sulle parole

Dopo un anno passato sulle parole, non restano nuove certezze assolute né nuove verità da sostituire alle precedenti. Resta una consapevolezza: la Bibbia è ancora in gran parte non letta, perché è ancora in gran parte filtrata.

Tornare alle parole significa restituire al lettore la responsabilità della comprensione. Significa smettere di delegare ad altri il senso del testo. Significa accettare che un libro così antico non sia rassicurante, ma complesso, talvolta scomodo.

Forse è proprio per questo che, pur essendo il libro più venduto, continua a essere uno dei meno letti davvero. Perché leggere sul serio implica mettere in discussione ciò che si credeva di sapere.

E le parole, quando vengono prese sul serio, non consolano: interrogano.

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