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Il dio inatteso: il nuovo libro su Yahweh e la Sardegna nuragica

Quando con Gian Matteo Corrias abbiamo iniziato a occuparci della Sardegna nuragica, non pensavamo necessariamente che quel percorso sarebbe diventato un libro. Era nato come un confronto, come una ricerca condivisa, come il tentativo di osservare alcuni documenti senza pregiudizi e senza la necessità di difendere una narrazione già stabilita.

Nel tempo, però, il materiale è cresciuto. Si sono intensificati i viaggi, i sopralluoghi, le verifiche sul campo. Abbiamo visitato insieme luoghi spesso dimenticati, talvolta difficili persino da raggiungere, accompagnati anche dal professor Luigi Sanna, al quale questo lavoro deve molto. È stato lui, infatti, ad avere il merito di portare avanti con determinazione l’ipotesi forse più discussa e decisiva: l’idea che i Sardi nuragici scrivessero e che quella scrittura, lungi dall’essere un fatto marginale, fosse legata alla dimensione sacra e cultuale.

Da lì sono nate nuove domande, confronti, verifiche, obiezioni. Abbiamo deciso di prendere sul serio quelle intuizioni e di esplorarle con gli strumenti del metodo storico-critico, senza limitarci alla suggestione e senza pretendere di sostituire un dogma con un altro. Così è nato Il Dio inatteso. Scrittura, culto eroico e culto di Yahweh nella Sardegna nuragica, un libro che raccoglie anni di studio su una questione tanto affascinante quanto delicata: la possibilità che nella Sardegna nuragica fosse attestata una forma di scrittura sacra e che in alcuni documenti epigrafici compaia il nome di Yahweh, nelle forme YHWH, YHW e YH.

È un’affermazione forte, lo so bene. Proprio per questo, nel libro non abbiamo voluto procedere per suggestioni, ma per documenti, confronti, note, immagini e ricostruzioni grafiche.

La Sardegna nuragica non era una periferia

Uno dei punti da cui partire è questo: la Sardegna nuragica non può più essere pensata come una realtà isolata, marginale, chiusa in sé stessa. La civiltà dei nuraghi si sviluppa per circa un millennio nel cuore del Mediterraneo, al centro di rotte commerciali e culturali che collegavano Oriente e Occidente.

I nuraghi, le tombe dei giganti, i pozzi sacri, i templi a megaron, i bronzetti, le navicelle votive, i rapporti con il mondo egeo, con Cipro, con Creta, con il Levante e con l’Egitto ci obbligano a guardare la Sardegna antica come a una civiltà complessa, strutturata, capace di produrre forme monumentali, cultuali e simboliche di altissimo livello.

In questo quadro, la domanda sulla scrittura nuragica non è un dettaglio. È uno snodo decisivo.

La questione della scrittura nuragica

La tesi tradizionale ha spesso sostenuto che i Sardi nuragici non scrivessero. Eppure, da molti anni, soprattutto grazie agli studi di Luigi Sanna, è stato raccolto un corpus di documenti in pietra, argilla e metallo che presentano segni grafici difficilmente liquidabili come semplici decorazioni.

Secondo questa linea di ricerca, non saremmo davanti a una scrittura d’uso quotidiano, amministrativo o commerciale, ma a una scrittura sacra, legata alla pratica del culto, probabilmente riservata a una ristretta cerchia sacerdotale. Una scrittura dunque non pensata per comunicare a tutti, ma per custodire, cifrare, separare: in una parola, per rendere “sacro” il messaggio.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti. I documenti attribuiti alla scrittura nuragica sembrano impiegare in modo combinato diversi sistemi grafici dell’area semitica antica: protosinaitico, protocananaico, ugaritico, talvolta anche elementi riconducibili a modelli egittizzanti. A ciò si aggiunge il ricorso all’acrofonia, cioè l’uso di un’immagine o di un segno per indicare il suono iniziale della parola rappresentata.

Può sembrare complesso, e lo è. Ma proprio questa complessità è coerente con una scrittura di carattere cultuale e iniziatico.

Alcuni esempi: Teti, Orani, il nome YHW

Nel libro discutiamo diversi documenti significativi. Uno dei più importanti è la navicella fittile di Teti, datata tramite termoluminescenza al IX-VIII secolo a.C. Le navicelle, in argilla o in bronzo, sono oggetti votivi ben noti nel mondo nuragico; in questo caso, però, l’oggetto presenta segni grafici incisi prima della cottura dell’argilla. Questo dettaglio è fondamentale, perché rende molto difficile immaginare un’aggiunta moderna o casuale.

Un altro caso discusso è quello dei cosiddetti cocci di Orani, frammenti fittili che avrebbero recato segni riconducibili a sistemi grafici arcaici. La loro vicenda è complessa, anche perché questi reperti risultano oggi dispersi; ma proprio la storia della loro ricezione mostra quanto il tema sia stato problematico e, talvolta, imbarazzante per chi si è trovato davanti a oggetti difficili da incasellare.

Il punto decisivo, però, riguarda il nome divino. In vari documenti analizzati dagli studiosi che si occupano di epigrafia nuragica, comparirebbero le forme YH, YHW e YHWH. Il trigramma YHW, in particolare, è di enorme interesse perché non è estraneo al mondo semitico antico e compare anche in contesti extrabiblici.

È qui che il discorso si fa sorprendente: se queste letture sono corrette, il nome di Yahweh sarebbe attestato nel Mediterraneo occidentale in un contesto nuragico, e dunque in un quadro storico-religioso molto più ampio di quello abitualmente legato alla sola tradizione israelitica.

Yahweh prima di Israele?

Nel video di presentazione del libro l’ho detto con chiarezza, e lo ribadisco anche qui: se la ricostruzione che proponiamo regge, allora bisogna prendere in considerazione l’ipotesi che i Sardi nuragici conoscessero il nome di Yahweh prima che quel nome venisse consegnato, nella narrazione biblica, alla memoria di Israele.

Questo non significa cancellare Israele. Non significa negare la funzione che Israele ha avuto nella trasmissione di quel nome e nella costruzione della tradizione biblica. Significa però porre una domanda storica: siamo sicuri che la storia di Yahweh cominci esattamente dove siamo stati abituati a collocarla?

La Bibbia stessa, se letta senza filtri teologici, presenta un quadro più articolato di quanto spesso si dica. Yahweh non appare come un Dio astratto, universale fin dall’inizio, ma come un soggetto concreto, territoriale, legato a un popolo, a un’eredità, a un culto, a prescrizioni materiali e rituali.

Se dunque il suo nome compare anche altrove, e prima o parallelamente alle forme più note della tradizione biblica, siamo davanti a una questione che riguarda non solo la Sardegna, ma l’intera storia religiosa dell’Occidente.

Un libro per aprire una ricerca, non per chiuderla

Il Dio inatteso non nasce per sostituire un dogma con un altro. Non pretende di chiudere la discussione. Al contrario, vuole aprirla.

Abbiamo voluto mettere davanti al lettore una serie di elementi: la civiltà nuragica nel suo contesto mediterraneo; il culto eroico collegato alle tombe dei giganti; i templi a megaron come possibile spazio privilegiato del culto; la questione della scrittura sacra; le attestazioni del nome YHWH/YHW/YH; i confronti con il Levante e con il mondo biblico.

È un libro sulla Sardegna, certamente. Ma non è un libro soltanto per i Sardi. È un libro per chi ama la storia antica, per chi studia la Bibbia senza accontentarsi delle traduzioni tradizionali, per chi vuole capire come nascono le narrazioni religiose e come, talvolta, i documenti possono costringerci a rivedere ciò che credevamo acquisito.

Per me, questo è il punto essenziale: non avere paura delle domande quando sono fondate sui testi, sugli oggetti, sulle iscrizioni e sulla possibilità di verificarle.

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