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Erich von Däniken: il coraggio di interrogare il passato

In questi giorni è venuto a mancare Erich von Däniken.
Molti lo conoscono come autore, ricercatore, figura che ha segnato il dibattito culturale degli ultimi decenni. Io sento però il bisogno di ricordarlo soprattutto come uomo e come interlocutore, perché è da lì che nasce tutto ciò che, nel tempo, abbiamo condiviso e costruito insieme.

Ogni incontro con Erich, a Interlaken, aveva un ritmo che si ripeteva quasi naturalmente. Lunghe ore nel suo studio, senza fretta, e poi una cena insieme. Ma in realtà non c’era mai una vera separazione tra questi momenti. La conversazione iniziata tra i libri continuava a tavola, con la stessa intensità e lo stesso spirito. Un’intensità che definirei anche giocosa, nel senso migliore del termine: quella dei bambini che si divertono anche quando fanno sul serio. Era una leggerezza che nasceva dalle sue qualità umane, dal modo in cui ci si rapportava, come se ci si conoscesse da sempre, con una familiarità autentica.

Il suo studio era un luogo di lavoro vero. Non scenografico, non costruito per impressionare. Libri, appunti, fotografie, materiali raccolti in decenni di viaggi. Ma soprattutto una cosa che oggi è diventata rara: il tempo. Il tempo per pensare, per tornare indietro, per fermarsi su un dettaglio, per non dover arrivare subito a una conclusione. È importante dirlo, perché spesso Erich viene ricordato per le risposte che ha proposto. Io credo invece che il suo valore più grande stesse nelle domande che ha avuto il coraggio, non comune, di porre.

Questo atteggiamento non nasceva dal nulla.
Erich aveva una formazione culturale solida, di impronta umanistica. Aveva studiato al Collège Saint-Michel di Friburgo, un’istituzione storica di tradizione gesuitica, dove per secoli si sono formate generazioni abituate a confrontarsi direttamente con i testi. In quel contesto non si imparava cosa pensare, ma come leggere: leggere le fonti antiche, riconoscerne le stratificazioni, distinguere il testo dall’interpretazione successiva, accettare che un testo possa porre problemi invece di risolverli. È una formazione che educa al dubbio argomentato, non alla negazione. E questo ha inciso profondamente sul suo modo di guardare agli scritti religiosi antichi: non come a racconti intoccabili, ma come a documenti storici da interrogare con rispetto e serietà. In questo, ci riconoscevamo pienamente.

Erich non ha mai parlato “contro” i testi antichi. Al contrario, ne aveva un rispetto profondo. Ma li prendeva sul serio. E prendere sul serio un testo significa, a volte, porre domande scomode.
Il suo lavoro è stato spesso frainteso proprio per questo. Non era animato dal desiderio di distruggere certezze, ma dalla volontà di capire se le spiegazioni tradizionali fossero davvero sufficienti.

Il nostro lavoro, va chiarito, non è mai stato lo stesso.
Erich partiva dai luoghi, dai reperti, dalle testimonianze raccolte sul campo. Io parto dai testi, dalle parole, dalla lingua ebraica, dalla grammatica, dal significato letterale. Sono due strade diverse, che non vanno confuse e che non devono essere forzate a coincidere. Eppure, nel tempo, ci siamo accorti che la domanda di fondo era spesso la medesima: siamo davvero sicuri di aver compreso ciò che abbiamo davanti? O stiamo leggendo e interpretando attraverso categorie che non appartengono a quei contesti?

È da questa convergenza di domande, non di risposte, che è nato il nostro lavoro insieme.
Da quel dialogo è nato Cieli in fiamme – Skies Afire. Non come un progetto editoriale costruito a tavolino, ma come una conseguenza naturale di anni di conversazioni. Devo dire, con gratitudine, che sono stato una persona fortunata: imparare dalla sua decennale ricerca sul campo e scrivere un libro a quattro mani con lui è stata un’esperienza unica. Solo ora, con un senso di tristezza inevitabile, mi rendo conto che quello è stato anche il suo ultimo lavoro.

Ricordo molto bene quando, pochi mesi fa, abbiamo sfogliato insieme la prima copia del libro appena stampato, portata personalmente a casa sua. Erich era sinceramente felice. Non soltanto per il libro in sé, ma per ciò che rappresentava: due percorsi indipendenti che avevano trovato un punto di dialogo onesto, senza forzature, costruito in amicizia e con una reale comunanza di intenti. Per lui era importante anche che il libro uscisse contemporaneamente in italiano e in inglese. Lo viveva come un segno di rispetto reciproco e come un modo per rendere quel dialogo accessibile, senza barriere linguistiche o culturali.

Quel libro è, per sua natura, “centrifugo”.
Si parte anche dalla Bibbia, certo, ma poi si esce. Si incontrano altre culture, altre tradizioni, altri testi. Questo è stato possibile perché Erich aveva passato una vita sul campo e, allo stesso tempo, possedeva gli strumenti culturali per riconoscere il valore dei testi antichi. Ricordo ancora quando, nel suo studio, durante uno dei tanti incontri, mi disse con grande semplicità, indicandomi l’enorme quantità di immagini e documenti raccolti: «È tutto a tua disposizione». Non era soltanto un gesto di fiducia. Era un modo di intendere la ricerca e il rapporto umano che si era instaurato negli anni.

Oggi quello studio a Interlaken è più silenzioso. Ma le conversazioni che si sono svolte lì non si sono esaurite. Restano appunti, idee, riflessioni lasciate volutamente aperte. E questo, forse, è il modo più autentico di ricordare Erich: non come qualcuno che ha chiuso un discorso, ma come qualcuno che ha saputo tenerlo aperto.

Nel tempo abbiamo raccolto molto altro materiale insieme. Spunti, tracce di lavoro, idee che non hanno ancora trovato una forma definitiva, ma che esistono e portano ancora chiaramente la sua voce. Ci auguriamo che questo materiale possa, con il tempo, prendere forma in un nuovo contributo. Non come commemorazione, ma come prosecuzione di un confronto.

In questo senso, penso anche al carissimo amico e teologo Paul Wallis, che ha più volte dialogato con Erich e ne ha promosso il lavoro. Erich gli disse che il compito di uno scrittore, in questo ambito, è diffondere informazioni affinché le persone possano riflettere, invece di accettare passivamente. È uno spirito che sento ancora vivo. Il lavoro prosegue, con Paul e con Ramon, suo assistente per oltre vent’anni, perché questo è il modo più naturale per onorarne concretamente la memoria: continuare a far circolare le domande, continuare a pensare.

Ciao Erich.

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