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Gli dèi della Bibbia. Sulle tracce degli antichi Creatori.

È uscito il mio ultimo lavoro, Gli dèi della Bibbia, per la casa editrice Tuthi. In questo libro, come ho fatto fin dall’inizio della mia ricerca indipendente, porto avanti la mia analisi dell’Antico Testamento sulla base di un metodo fondato — mi si perdoni il bisticcio — sulla lettura letterale del testo.

Questo approccio, apparentemente banale, quasi scontato, è esattamente ciò che distingue il mio lavoro da quello dei traduttori/traditori che si arrogano il diritto di fare intervenire, a proprio piacimento, metafore, allegorie, simboli e tutta una serie di meccanismi ermeneutici evocati alla bisogna, ogni volta che si trovano in difficoltà, secondo la propria convenienza.
Non sono contrario, s’intende, a livelli ermeneutici di lettura, ma essi devono essere coerenti e fondati su premesse precise: esattamente l’opposto di quello che fanno i teologi ed esattamente quanto è mancato in duemila anni di lavoro esegetico sul testo biblico, testo — ricordiamolo — quanto altri mai fragile, precario e filologicamente inaffidabile.
Invece di rispettare il testo per come è, teologi ed esegeti tradizionalisti, hanno sepolto la Bibbia sotto una (propria) idea monoteista di un Dio trascendente che è quanto di più lontano dalla cultura semitica antica che ha prodotto la Bibbia. Noi, giova ribadirlo, ci sforziamo invece di tradurre alla lettera il testo, convinti che quando gli autori biblici dicevano una cosa volessero intendere proprio quella cosa — non altro.

In questo sforzo di aderenza radicale al testo, era necessario aggiornare e ampliare alcuni degli esiti dei miei decennali studi: è proprio questo che ho cercato di fare ne Gli dèi della Bibbia. Nelle pagine del mio nuovo libro, cerco, sempre più meticolosamente, di svelare le inconsistenze, gli errori e le mistificazioni dolose che si trovano nella lettura tradizionale — spirituale, diciamo — di molti passaggi biblici.
La “semplice” analisi letterale di questi testi, infatti, è in grado di spianare la strada a prospettive di studio inesauribili, a possibilità di comprensione sorprendenti, non tanto del “divino”, ma anche e soprattutto di tutto ciò che è “umano”. Se ci decidiamo a trattare e considerare finalmente la Bibbia alla stregua di una fonte antica, come altre fonti antiche, degna di rispetto, sarà possibile forse illuminare aspetti della storia umana ancora sconosciuti e degni della massima attenzione.
In particolare, ci tengo a sottolineare proprio il tema del sottotitolo di questo libro, cioè: Sulle tracce degli antichi Creatori, perché ritengo e spiego nel corso di questo studio che la Bibbia sembra poterci fornire indizi consistenti e convergenti verso una particolare ipotesi riguardo alla storia dell’evoluzione della nostra specie, che non sarebbe solo il frutto delle diverse regole della selezione naturale, dell’adattamento e della deviazione genetica casuale; ma il frutto di un progetto ben preciso portato avanti da una intelligenza superiore.
Mi rendo conto che questa affermazione sia in sé forse più forte della precedente, nella quale chiamo, i traduttori spiritualisti della Bibbia, “traditori”, ma è esattamente di questo che stiamo parlando. Dare a noi stessi la possibilità di leggere la Bibbia fedelmente significa dare a noi stessi la possibilità di scoperte davvero stupefacenti. In questo consiste il fascino e la bellezza di un testo su cui, negli ultimi venticinque secoli, molti, troppi, hanno lavorato per coprire anziché rendere manifesto e portare alla luce.

Nella Bibbia, dico, sono ancora nascosti molti indizi formidabili sull’origine della nostra specie. Da dove veniamo? Chi sono i creatori della specie umana? Non intendo contraddire i meccanismi del darwinismo, alla stregua dei più retrivi creazionisti americani. La teoria dell’evoluzione spiega senza dubbio molti aspetti della vita sulla Terra ed è supportata da diverse prove. Dico solo che, laddove la teoria evoluzionistica non spiega e non è supportata da prove inconfutabili, dobbiamo impegnare il nostro sforzo intellettuale a capire meglio, con maggiore acume e attenzione. E possiamo fare ciò in forza di domande, riflessioni e congetture che, come le stelle per i naviganti, segnano la nostra rotta. Non dobbiamo però temere di aprire le vele.
Conviene infatti sgombrare il campo dagli equivoci di un certo scientismo da quattro soldi: non è vero che la scienza è fatta solo di prove. La scienza è fatta in primo luogo di congetture, delle cui prove ed evidenze si va poi alla ricerca. Gli esperimenti costituiscono il metodo scientifico e non il suo fine, e servono proprio a falsificare o verificare una determinata ipotesi. Ma persino una volta che avremo acquisito determinati risultati, apparentemente incrollabili, dobbiamo ricordarci che gli esiti di qualsiasi teoria scientifica, anche la più esatta, sono temporanei.
Dobbiamo ricordarci che tutto ciò di cui erano convinti gli scienziati nelle epoche precedenti, lontane o vicine alla nostra, oggi non è più valido. L’aristotelismo è sopravvissuto per migliaia di anni prima di essere messo da parte, la teoria geocentrica è stata difesa a spada tratta per poi rivelarsi fallace, la fisica newtoniana è stata sostituita dalla teoria della relatività e dalla fisica quantistica; e ancora oggi i più famosi scienziati al mondo procedono nella loro ricerca per ipotesi, senza avere a supporto alcuna prova empirica, come la teoria delle stringhe o la supersimmetria.
Tutte queste teorie, come notava l’astrofico Avi Loeb in una nostra recente conversazione, ricevono ogni anno milioni di dollari di finanziamenti per la ricerca senza avere la minima prova empirica a supporto. Dunque, ogni anno milioni di dollari di soldi pubblici vengono investiti nella verifica di congetture e ipotesi che sono, letteralmente, campate in aria. Già sappiamo che molte di queste si riveleranno sbagliate; solo alcune, corrette. Soldi buttati? No, soldi ben spesi, perché ogni congettura con un minimo di senso e di logica merita di essere verificata.

«Quello che possiamo dedurre da questa classe di fenomeni è che un’intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell’uomo in una direzione precisa, e per uno scopo speciale, proprio come l’uomo ha guidato lo sviluppo di molte forme animali e vegetali»

Torniamo alla teoria dell’evoluzione. Ne parlo diffusamente in questo libro. Faccio notare infatti che fu proprio Alfred Russel Wallace, uno dei più stimati collaboratori di Charles Darwin e, a buon diritto, cofondatore della teoria dell’evoluzione a suggerire che, per quanto riguardava l’Homo sapiens, la semplice selezione naturale faceva acqua da tutte le parti. Nel suo lavoro Contribution to the Theory of Natural Selection, Wallace scrive già nel 1871: «Quello che possiamo dedurre da questa classe di fenomeni è che un’intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell’uomo in una direzione precisa, e per uno scopo speciale, proprio come l’uomo ha guidato lo sviluppo di molte forme animali e vegetali». Secondo Wallace, le leggi dell’evoluzione non si applicano alla nostra specie e da ciò si doveva dedurre — sono parole che mettono i brividi — che «in questi pochi casi un’intelligenza superiore ha diretto l’azione delle leggi di variazione, moltiplicazione e sopravvivenza, per i propri scopi». E conclude: «Dobbiamo ammettere la possibilità che, se noi non siamo la più alta forma di intelligenza dell’universo, qualche altra intelligenza superiore possa aver diretto il processo mediante il quale si è sviluppata la razza umana, per mezzo di agenti più sottili di quelli che conosciamo». Sarebbe davvero interessante capire cosa intendesse Wallace con questi «agenti più sottili».

Parlo di tutto questo diffusamente ne Gli dèi della Bibbia. E faccio notare, con dovizia di esempi, che mentre la posizione di Wallace, forte di una sua logica ferrea, è in accordo con il testo biblico, sia il creazionismo che l’evoluzionismo classico non si accordano con i testi antichi. I racconti biblici della “creazione” infatti derivano da più antichi testi sumeri nei quali si narra che, non un Dio spirituale, ma un concilio, un’assemblea di divintà (Anunnaki in sumerico, Elohim in ebraico) ha deciso di fabbricare l’uomo, cioè un essere abbastanza intelligente per potere comprendere gli ordini ricevuti, ma sufficientemente sottomesso alla potenza delle divinità per potere accettare di lavorare al posto loro — al posto degi dèi — senza lamentarsi.
È questo che è successo realmente agli albori della storia dell’umanità? Qui entriamo in un altro ordine di problemi. È chiaro che i testi antichi non costituiscono per se una prova nel senso scientifico del termine, tuttavia dobbiamo considerare che nessun reperto o nessuna fonte antica, in senso assoluto, lo è. Lo statuto delle discipline umanistiche è diverso da quello delle scienze esatte. Nella scienza gli esperimenti devono essere riproducibili e replicabili. Ma tutti capiscono che Giulio Cesare è morto una volta sola. E la storia del suo assassinio, come tutti gli eventi storici, non è raccontata in diretta da arbitri imparziali. Tutti gli eventi storici antichi sono raccontati da sostenitori o detrattori dei protagonisti; spesso molti anni dopo, se non secoli dopo, gli avvenimenti narrati.
Dunque, quello che io faccio con la Bibbia, lo fanno già comunemente gli storici più avveduti: cioè, fanno finta che le loro fonti siano vere. Non potrebbe essere altrimenti. Tutto quello che noi sappiamo della storia deriva dalla fiducia accordata alle fonti che abbiamo. Ma la fiducia non è fede cieca, non è un abbandono della ragione, ma un atto di volontà deliberata. Dunque, che una fonte sia vera non significa che sia corretta. Significa solo non presumere che sia sbagliata a priori se non concorda con le nostre idee, le nostre aspettative e le nostre speranze; significa capire il senso di quello che contiene anche se questo senso dovesse contraddire quello che pensavamo di sapere; significa prendere il testo seriamente. Io non posso dire se quello che c’è scritto nella Bibbia sono solo favole. Ma so che in queste favole non c’è Dio; ci sono degli individui che creano gi Adamiti.

Le storie antiche della tradizione sumera raccontano dunque che un concilio degli dèi, composto da Anunnaki e Igigi, su consiglio di Enki, decise di creare l’uomo per farlo lavorare al posto loro; cosa che poi venne fatta utilizzando il “sangue” di un maschio Anunnaki, mischiato con “argilla”, e depositato nell’utero prima di una e poi diverse femmine Anunnaki. Da questo composto nasce l’uomo, in pratica come schiavo dei grandi dèi. L’uomo nasce dunque in schiavitù. Tutto ciò racconta per esteso il libro sumerico Atra Hasis e questo racconta, succintamente, con varianti e semplificazioni, il libro della Genesi.
Gli dèi dunque fabbricano l’uomo con un intervento di ingegneria genetica. Per quanto possa suonare ai nostri occhi incredibile e fantastico, è questo che raccontano le storie, è questo che racconta l’Antico Testamento. La lettera del testo è abbastanza chiara, anche se duemila anni di indefesso lavoro teologico hanno offuscato, nel nome di una presunta Verità assoluta, una verità più umana forse più interessante di quella divina.

Una volta che avremo stabilito la lettera del testo potremo però interrogarci sull’affidabilità della Bibbia come fonte storica. Tuttavia, non è, e non è mai stato nel mio interesse fare congetture speculative di ordine filologico. Ho dichiarato fin dall’inizio che il metodo più corretto per approcciare un testo tanto complesso è di ristabilire prima di tutto l’intenzione degli autori — e solo in un secondo momento stabilire la veridicità di quanto narrato. A questo scopo io faccio finta che la Bibbia sia vera.
Sembra una contraddizione in termini, ma tale approccio non è privo di precedenti illustri. Heinrich Schliemann dimostrò la veridicità storica nelle pagine dell’Iliade scoprendo le rovine di Troia e, viceversa, scoprì la veridicità dell’esistenza di Troia, che gli archeologi del suo tempo negavano, proprio facendo finta che l’Iliade fosse vera.
Io mi avvicino alla Bibbia con lo stesso senso pragmatico. Cerco la verità, ma mi discosto dai teologi che cercano verità indiscutibili e divine. Adotto, invece, la prospettiva degli scettici, addentrandomi nello studio delle fonti antiche, consapevole delle loro intrinseche ambiguità. I credenti e i teologi percepiscono la Bibbia come un bastione inattaccabile della Verità, ma una visione del genere va contro la stessa natura di questo libro, che ha subito innumerevoli passaggi, trascrizioni manuali, falsificazioni, errori, aggiunte, interpolazioni, selezioni, emendamenti, censure e revisioni nel corso di oltre duemilacinquecento anni.

A questo punto, sebbene possa sembrare immodesto parlare di se stessi, è importante sapere che, per oltre un decennio, ho avuto il privilegio di lavorare come traduttore professionale di ebraico biblico per Edizioni San Paolo. In particolare, durante il mio incarico, ho tradotto e pubblicato diciassette libri dell’Antico Testamento per la prestigiosa edizione della Bibbia interlineare della nota casa editrice cattolica. Tuttavia, dal momento in cui ho cominciato ad esternare dubbi e riflessioni che scaturivano dal mio lavoro, su alcuni passaggi controversi della Bibbia, la mia collaborazione con Edizioni San Paolo si è bruscamente interrotta.
Ne Gli dèi della Bibbia recupero e amplio quella prima originaria riflessione su alcuni dei temi fondamentali del cristianesimo monoteista. Parole come “spirito”, “gloria”, “angeli”, “Satana”, “Dio” e molte altre costituiscono i cardini stessi della cultura religiosa occidentale, di stampo monoteista, e vengono lette da migliaia di anni attraverso una lente spiritualista, influenzata dalla filosofia greca, in particolare dal platonismo.
Tutti capiscono, però, che tale prospettiva, posteriore alla redazione dell’Antico Testamento, dà origine a interpretazioni completamente aliene al contesto della cultura semitica antica in cui la Bibbia affonda le radici. In quel terreno, quelle parole assumevano significati diversi da quelli che noi, oggi, attribuiamo loro: erano radicate in una concreta materialità, scevre da ogni sfumatura spiritualista.
Correggendo tale aberrazione prospettica, abbastanza evidente ad uno sguardo libero da pregiudizi, scopriamo che queste parole che hanno confuso filosofi, esegeti e fedeli per oltre due millenni, possono offrire una comprensione oggettiva della cultura, dello stile di scrittura e della lingua delle civiltà semitiche antiche, in modo tanto semplice quanto strabiliante. Dobbiamo dunque liberare il testo e liberare noi stessi dalle anacronistiche categorie spiritualiste sovrapposte alla Bibbia diversi secoli dopo la sua redazione.

Focalizziamoci su un esempio cruciale che sottolinea l’essenza stessa del mio argomento: l’uso del termine [elohim], di solito tradotto come “Dio” nelle versioni disponibili ai non specialisti. Durante il mio mandato presso San Paolo Edizioni, nell’edizione della Bibbia interlineare preparata per gli studiosi, questo termine veniva lasciato non tradotto.
Mentre i lettori comuni incontravano dunque la parola “Dio” e pensavano che tale fosse stata una libera scelta dei redattori del testo biblico, gli studiosi si confrontavano con il termine “Elohim” — lasciato inalterato. Perché offrire traduzioni diverse a diverse tipologie di lettori? Si teme forse di ammettere l’enorme incertezza che circonda le fondamenta stesse del monoteismo?
Ho parlato spesso nelle mie conferenze e nei miei video del termine “Elohim”. Ma nei primi capitoli de Gli dèi della Bibbia approfondisco la questione ordinando e descrivendo tutti i principali passaggi biblici da cui si evince una verità difficilmente oppugnabile: la parola “Elohim” non rappresenta l’onnipotente, onnisciente e trascendente “Dio” che i teologi vedono ovunque, ma come un’entità collettiva, il corrispettivo ebraico degli Anunnaki sumeri.
In quest’ottica, frasi altrimenti incomprensibili, se non attraverso il ricorso di moderne categorie ermeneutiche e grammaticismi, diventano chiarissime. A chi si rivolge “Dio” quando dice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza», oppure: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi»? Noi chi, esattamente? Nostra, di chi? Se torniamo alla fonte sumerica di questi passi della Genesi lo si evince chiaramente.
Il progetto di creazione della nuova specie è stato concepito e approvato da tutta l’assemblea degli dèi; anzi, uno di loro ha versato il proprio sangue per creare l’impasto che poi viene fatto crescere nel ventre delle femmine Anunnaki. Lasciamo da parte per un momento la questione se questa storia sia un mito o sia vera; in ogni caso, giustifica e spiega questi plurali che gli esegeti attribuiscono ad una supposta “maestà” del Dio spirituale, trascendente, onnipotente.

Un altro passaggio degno di nota si trova subito dopo nel libro della Genesi, al capitolo 6, dove «figli degli Elohim» si uniscono alle donne adamite perché le trovano «belle». La Bibbia afferma che questi figli degli Elohim generarono a loro volta dei figli con queste donne. A meno che non si voglia sostenere che un “Dio” spirituale si sia compiaciuto di unirsi con numerose donne, questo passaggio del capitolo 6 della Genesi, non ha alcun senso dal punto di vista dell’esegesi monoteista.
Ma uno dei miei episodi preferiti è quando Giacobbe incontra due angeli durante un viaggio ed esclama: «Questo è un accampamento degli Elohim!». Successivamente, chiama il luogo [machanaim], che significa “due campi”. Possiamo credere che due accampamenti di Elohim siano abitati da un unico solitario Dio?
Tuttavia, forse il passaggio più famoso che esemplifica la contraddizione di cui parlo si trova nel Salmo 82, in cui si ritrae un’assemblea degli Elohim. Abbiamo già fatto notare che nella storia sumera della “creazione” dell’uomo, fonte di quella biblica, viene rappresentato un concilio degli dèi, la cui evidenza si dirada forse nella Genesi, ma non nel Salmo 82, dove gli Elohim si riuniscono tutti davanti al loro capo. Inutile dire che se c’è una riunione, un’assemblea, devono esserci come minimo due o tre individui.
Per gli esegeti questo passo costituisce un formidabile grattacapo, da cui escono solo arrampicandosi su scivolosissimi specchi; e pur di non mettere in crisi la loro personale idea di un “Dio” spirituale si inventano che qui Elohim significherebbe “giudici”; solo che nel resto della Bibbia, quando si vogliono nominare dei giudici, si usano altri termini — mai “Elohim”. E così si tirano la zappa sui piedi.

Altrettanto affascinante è Deuteronomio 32, derivato di nuovo da storie sumere più antiche conosciute dai sumerologi come Enki e l’Ordine del Mondo. In questo racconto, Enki, il comandante degli Anunnaki, organizza la divisione del potere tra gli Anunnaki minori sotto il suo comando, determinando i destini di vari territori.
Enki assegna privilegi e responsabilità a tutti gli Anunnaki sotto il suo dominio, incluso lo sviluppo delle attività alla base della civiltà umane, come l’agricoltura, l’allevamento, la tessitura, la costruzione e così via. I Sumeri descrissero meticolosamente questi eventi, catturando anche gli aspetti meno nobili di questi cosiddetti “dei” che spesso manifestavano insoddisfazione per i territori e le responsabilità loro assegnati. Gli Anunnaki litigavano tra di loro e si lamentavano del fatto che Enki li escludesse dalla distribuzione delle terre.
Nella versione biblica, gli Anunnaki sono chiamati Elohim e il loro comandante supremo, Enki, è conosciuto come Elyon, che presiede anche, non a caso, l’assemblea del Salmo 82. Elyon significa “colui che è sopra”, ed è comunemente tradotto come “Altissimo”. Elyon è il leader degli Elohim. Durante la divisione delle terre e dei popoli, il povero Yahweh, l’Elohim protagonista della Bibbia, uno dei meno importanti nella gerarchia degli dèi, riceve una consegna abbastanza modesta.
A Yahweh viene assegnata la famiglia di Giacobbe, cioè Israele. È importante notare che c’erano altri rami della stessa famiglia, cioè altri Ebrei, che non sono stati assegnati a Yahweh. Solo la famiglia di Giacobbe è destinata a Yahweh, ed è importante notare che questa famiglia non possiede terre. La Bibbia afferma che Yahweh trovò Giacobbe “che vagava nel deserto”. Di fatto non si trattava nemmeno di un popolo intero, ma di un clan.
In seguito a questa modesta assegnazione, la relazione tra Yahweh, “Elohim di Israele”, e il suo popolo si sviluppa attraverso una serie di guerre per conquistare un pezzo di terra, la cosiddetta “Terra Promessa”. Tutta questa narrazione, che come un fiume carsico attraversa diversi libri biblici, nega l’idea di un “Dio” universale, per non parlare di un’entità spirituale, benevola, onnipotente e onnisciente. Yahweh appare piuttosto come una sorta di governante locale, forse alimentato dalla frustrazione a causa del suo sfortunato destino.
La Bibbia ci informa anche di un libro perduto chiamato Le Guerre di Yahweh, che si può solo desiderare di leggere, perché è andato perduto. Il titolo stesso però suggerisce che Yahweh mancasse del potere per promettere qualcosa sulla base di un puro atto di volontà, senza ricorrere alla spada e la forza.
Esistono dunque numerosi Elohim, ciascuno incaricato di un compito specifico e responsabile di un popolo e/o territorio. Tra tutte queste entità, Yahweh, una figura di minor rilievo, riceve la modestissima consegna della famiglia di Giacobbe, noto anche come Israele. In sostanza, Yahweh assume il ruolo di un leader regionale. La sua influenza è tutt’altro che universale. La Bibbia racconta il rapporto tra questo Elohim e il clan di Israele/Giacobbe.

Oltre al termine “Elohim”, molte altre parole, nel corso dei secoli hanno acquisito un significato religioso, che in origine non avevano affatto. Ad esempio, il termine [ruach], erroneamente tradotto come “spirito di Dio”, o [kavod], inaccuratamente reso come “gloria di Dio”. Anche [malakhim], tradizionalmente tradotto come “angeli”, rivela una diversa essenza quando è compreso correttamente. Parlo poi, nella continuazione del libro, anche di Satana (inesistente) e del satanismo (insussistente), di cosa sono i cherubini, dell’arca dell’alleanza e degli strabilianti viaggi dei profeti Elia, Enoch ed Ezechiele, su carri volanti chiaramente indicati nell’Antico Testamento.
È attraverso la lettura letterale di questi termini e passaggi che emerge una comprensione completamente nuova del testo biblico, che ci libera dalle nostre idee preconcette e dal paternalismo di teologi, esegeti e preti saccenti.

Dunque, in questa mia ultima fatica, riprendo temi nuovi e meno nuovi, allargandone gli orizzonti, integrando tra loro le parti, in modo da fornire un quadro sempre più coeso e chiaro, fin dove possibile; sempre tenendo a mente che il testo biblico è quanto di più fragile e precario si possa immaginare.
Questo faticoso viaggio decennale di ricerca che mi ha portato fin qui mi ha visto spesso condividere le mie scoperte in innumerevoli conferenze, articoli e una moltitudine di libri. Ho cercato qui di dare una sistemazione più coesa e al tempo stesso più analitica. Molto rimane ancora da fare, da leggere e da discutere. Ma mentre incoraggio tutti a esaminare con cura le pagine del mio lavoro, vado oltre, esortando i lettori soprattutto ad impegnarsi direttamente nella lettura della Bibbia stessa. All’interno del testo biblico, persino nella paludata traduzione della Bibbia di Famiglia Cristiana, si trova già una ricchezza di possibilità di intuizioni.

Infine, mi preme ricordare che nessuno di noi ha la verità in tasca, siamo tutti sulle tracce di un mistero, quello della vita umana e delle origini della nostra specie sulla Terra, il cui oggetto sfugge alla nostra comprensione, per il momento.
Non è ancora venuto il tempo in cui possiamo dire di avere capito tutto, in cui possiamo dire: «Le cose stanno così e così». Tuttavia, vi sono ormai tracce evidenti, di antichi Creatori, non solo nella Bibbia ma nella realtà stessa intorno a noi; credo che in pochi momenti della storia questa ricerca sia stata tanto attuale come oggi. Il congresso americano sta portando avanti una pubblica commissione d’inchiesta sul recupero di velicoli non-terrestri, che vede la testimonianza sotto giuramento di diversi agenti di sicurezza e piloti di aerei, che hanno visto le stesse cose nei cieli che hanno visto forse Zaccaria ed Ezechiele.
Nessuno ha la verità in tasca e siamo tutti alla ricerca di qualche risposta, l’importante è tenere sempre la mente aperta, perché la storia insegna che le risposte sono spesso più soprendenti di quello che la nostra fervida immaginazione aveva osato fantasticare.

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