Quando finisco una registrazione mi prendo sempre qualche minuto di silenzio per controllare se ho tenuto fermo il punto che per me conta davvero: non sostituire un dogma con un altro, tornare al testo, lasciarlo parlare e poi ragionare.
È quello che è successo nella recente chiacchierata con Paul Wallis su The 5th Kind. Paul ha ricordato il mio lavoro sui testi biblici interlineari per le Edizioni San Paolo: un lavoro tecnico, a tratti ripetitivo, ma proprio per questo rivelatore. Quando traduci parola per parola senza “aggiustare” il testo perché suoni più edificante, ti accorgi che molte certezze teologiche poggiano su scelte interpretative, non su dati linguistici.
La parte che ho apprezzato di più, però, è stata la nostra effettiva convergenza, nata da due strade molto diverse. Paul arriva da anni di mondo ecclesiastico e accademico: il suo metodo passa per ermeneutica, analisi delle forme, studio delle fonti e confronto sistematico con le letterature del Vicino Oriente e con le tradizioni parallele. Io arrivo dalla lingua: grammatica, lessico, contesto d’uso dei termini ebraici, e un’ossessione semplice—non far dire alle parole ciò che non dicono. Approcci differenti, dunque: uno “dall’esterno” (il testo nel suo ecosistema culturale), l’altro “dall’interno” (il testo nella sua meccanica linguistica). Eppure l’esito è sorprendentemente simile: letta senza filtri teologici, la Bibbia racconta una storia diversa da quella che la dottrina ha costruito.
In queste righe voglio restituirvi l’essenziale della conversazione proprio perché, quando due metodi indipendenti arrivano agli stessi nodi, credo valga la pena di soffermarsi un momento.
Il punto di partenza: leggere senza filtri
Ho esordito con una premessa che ripeto spesso e che a qualcuno dà fastidio: il punto non è “credere” o “non credere”; il punto è capire che cosa c’è scritto.
Se leggiamo la Bibbia senza filtri teologici, alcune cose saltano fuori con una chiarezza quasi imbarazzante.
La prima: Elohim è un plurale. Non è una sfumatura. È grammatica. E quando una tradizione teologica ha bisogno di farlo diventare singolare in modo sistematico, significa che c’è un problema a monte: non nel testo, ma nell’interpretazione che si vuole imporre.
La seconda: nel lessico dell’ebraico biblico non esiste un termine che corrisponda al nostro “Dio” inteso come ente trascendente, onnipotente, creatore assoluto. Il testo parla di figure specifiche: Elohim, Yahweh, Elyon, e anche altri nomi legati a divinità nazionali o territoriali (Milkom, Chamosh, ecc.). Il che porta a una conseguenza semplice: quando traduciamo tutto con “Dio” stiamo già facendo un’operazione interpretativa, non traduttiva.
La terza: il testo non è “spirituale” nel senso in cui lo si è raccontato per secoli. È concreto. Descrive incontri, ordini, spostamenti, conflitti, alleanze, punizioni, operazioni logistiche. È un libro che parla di potere, territori, gerarchie, e rapporti spesso brutali.
Su questi tre punti, Paul era perfettamente sintonizzato. E da lì la conversazione è entrata nel cuore: se Elohim non è il “Dio” della teologia, allora che cosa sono questi esseri? Invenzioni? Metafore? Memorie?

“Potenti”, non “dèi”: che cosa dice davvero il testo
Quando Paul mi ha chiesto che cosa penso che siano gli Elohim, ho risposto nel modo più lineare: il testo li descrive come entità potenti. Non come idee. Non come simboli morali.
Paul usa spesso la formula “the powerful ones”, “i potenti”. È utile perché ci obbliga a non scivolare subito nel linguaggio religioso. Io ho aggiunto una cosa che considero determinante: gli autori biblici non stanno “inventando” un pantheon per fare letteratura. Stanno registrando memorie, come accade in molte culture dell’antichità. E qui la convergenza con Paul è evidente: lui ha lavorato molto sui paralleli tra racconti biblici e tradizioni mesopotamiche, egizie, greche, ma anche extra-euroasiatiche. Io arrivo dal testo ebraico. Lui arriva dalla comparazione culturale e dalla storia delle forme. Le due strade, però, portano spesso allo stesso incrocio.
E qui ho insistito su un passaggio che, per me, spazza via molte ambiguità: la Bibbia non parla di un Dio universale. Parla di un “governatore” assegnato a un gruppo specifico.
Se prendiamo sul serio la struttura che emerge da Deuteronomio 32 e da testi affini, troviamo un quadro di distribuzione: Elyon (il “superiore”) assegna porzioni, territori, popoli; e a Yahweh viene assegnata la “parte” che riguarda esclusivamente la famiglia di Giacobbe. Non è teologia. È amministrazione del mondo in stile antico: gerarchie, assegnazioni, proprietà.
Quando lo dici così, molti reagiscono con fastidio perché crolla l’idea consolatoria del monoteismo come “cuore originario” della Bibbia. Ma qui non siamo in terapia. Siamo nel testo.

Yahweh e la morale: il problema non è “scandaloso”, è logico
Paul ha posto una domanda netta: se leggiamo queste storie come storie su “Dio”, emergono problemi morali enormi. E perché, nonostante ciò, generazioni di traduttori hanno continuato a rendere tutto come se fosse una storia del Dio buono e giusto?
Qui la risposta è scomoda ma semplice: se traduci Yahweh come “Dio”, sei costretto a tentare di giustificare l’ingiustificabile: secoli di “teodicea” ne sono la prova. Il testo contiene ordini di sterminio totale, formule di annientamento che includono uomini, donne, bambini e perfino animali. Se la fonte di quei comandi è “Dio”, allora devi trasformare il genocidio in “mistero” o “giustizia divina”. Se invece rispetti la gerarchia del racconto e riconosci che Yahweh è uno degli Elohim — un leader, un capo militare, un sovrano locale — allora la violenza resta violenza umana (o di potenze descritte come tali), e non devi farle dire che è “bene” solo perché l’ha ordinata il “cielo”.
Questo è un nodo di metodo, non una provocazione. Non si tratta di “attaccare” una fede. Si tratta di evitare una traduzione che forza l’etica a piegarsi al dogma.
Paul ha aggiunto un passaggio che ho trovato decisamente chiarificatore: “diventiamo ciò che adoriamo”. Se adori un dio violento, devi giustificare la violenza; e, una volta giustificata, la pratichi. È una catena psicologica e culturale che la storia dimostra fin troppo bene.
Io, da parte mia, ho riportato la questione alla scelta dei traduttori e dei teologi: per secoli hanno preferito nascondere il plurale, uniformare le figure, spiritualizzare ciò che è concreto. Non sempre per malafede individuale: spesso perché l’intero impianto dottrinale non regge se lasci in piedi la pluralità e la gerarchia.
Shadday: quando una traduzione inventa un attributo
A un certo punto ho portato un esempio, perché la teoria senza esempi è solo retorica.
Il termine Shadday viene quasi sempre reso “Onnipotente”. Il problema è che non è una traduzione ma un’etichetta teologica. E quando Paul ha commentato che appare come una traduzione “inventata”, ho annuito: è una traduzione ingannevole che non descrive, ma costruisce.
Paul ha ricordato anche un’ipotesi filologica alternativa: Shadday potrebbe collegarsi a un campo semantico di distruzione. Io ho aggiunto che la radice shadad rimanda alla violenza, alla devastazione. Da lì una lettura come “El violento” non è un capriccio: è un’opzione coerente con un certo uso semantico del termine. E soprattutto: è coerente col racconto, dove quell’entità si presenta in modo intimidatorio e, poco dopo, nel flusso narrativo, avvengono distruzioni esemplari.
Questo passaggio è utile non tanto per “vincere” una disputa, quanto per mostrare il meccanismo: una traduzione teologica tende a mettere sopra il testo un attributo desiderato e necessario (onnipotenza, bontà, trascendenza). Una traduzione più nuda ti costringe a restare dentro il registro del racconto.

Perché lasciare alcuni termini in ebraico
Qui arriviamo a un punto che, nel dialogo, è emerso in modo chiaro e che è anche uno dei motivi per cui la mia collaborazione con un certo tipo di editoria “confessionale” si è incrinata.
Quando traducevo in modo tecnico, parola per parola, insistevo su una scelta: lasciare alcuni termini in ebraico, non perché suonino esotici, ma perché la loro traduzione teologica cancella il comportamento che hanno nel testo.
Elohim, Ruach, Kavod: sono tre esempi centrali.
Se traduci Kavod come “gloria” in senso spirituale, il lettore immagina un’aura mistica. Ma quando leggi Esodo ed Ezechiele, il Kavod fa cose concrete: si muove, si alza, produce rumore, luce, effetti fisici, perfino pericolosi. Non si comporta come un concetto morale. Si comporta come un fenomeno fisico.
Se traduci Ruach come “spirito”, il lettore immagina una presenza immateriale. Ma nel testo Ruach si muove come vento, arriva da direzioni specifiche, solleva, trasporta. E se la “spiritualizzi”, perdi l’indizio principale: gli autori descrivono dinamiche osservabili.
Paul, su questo, era perfettamente d’accordo e lo ha detto con una formula che mi piace: lasciare le parole chiave “non tradotte” è un invito a un tipo di lettura più onesta, ma anche più impegnativa: non ti do subito un’etichetta, ti costringo a osservare quanto realmente accade nel racconto e che il contesto chiarisce in modo non equivocabile.

Tecnologia: non UFO, ma IFO
Quando Paul ha portato l’attenzione su Ezechiele, sull’arca, sulle descrizioni dei suoni, degli spostamenti, delle vibrazioni percepite, ho ripetuto a conferma una frase che uso spesso: la Bibbia non parla di UFO, parla di oggetti volanti identificati.
Non perché io voglia “modernizzare” il testo per forza, ma per il motivo opposto: il testo descrive, identifica, localizza, attribuisce funzioni. L’oggetto “è” qualcosa nel racconto. Non è un “mistero” volutamente ambiguo. L’ambiguità viene dopo, quando si spiritualizza.
E qui ho chiarito un punto metodologico che considero essenziale: io non voglio sostituire una lente dogmatica con un’altra. Non voglio che “tecnologia” diventi la nuova parola magica. Voglio che la parola “gloria” smetta di essere il tappeto sotto cui si nascondono descrizioni concrete.
Se poi uno, leggendo, nota somiglianze con fenomeni tecnologici, è un passaggio che riguarda la comparazione, non la traduzione. Prima viene il testo. Poi viene la domanda: “a che cosa assomiglia?”.
L’opposizione: la mia risposta resta sempre la stessa
“Sono tutte invenzioni”: che cosa rispondere senza fare propaganda
Il metodo di Paul: ermeneutica, fonti, contesto

Le “borse” e le “pigne”: un esempio di convergenza tra testo e immagini

Il passaggio decisivo, però, è stato il suo collegamento con la “storia profonda” dell’Anatolia e delle regioni collegate: racconti di una catastrofe, la ripartenza e una successiva agricoltura “riavviata”. Paul ha correlato racconti diffusi (Noè, Ziusudra, tradizioni armene, iraniche, norrene) e iconografie (rilievi, pitture, scene). Ne è uscita un’ipotesi coerente: quelle figure stanno compiendo, con molta probabilità, un gesto di impollinazione manuale, selezione, incrocio, insomma una tecnica agricola.
Indubbiamente questo tipo di lettura, al di là delle conclusioni specifiche, degli studi ancora in corso da parte di Paul e dei suoi collaboratori, è perfettamente compatibile con la natura concreta dei testi biblici. Se togli la patina spiritualista, il mondo antico parla di cose pratiche: coltivare, costruire, organizzare, dominare, trasportare.
Possiamo affermare che ancora oggi l’impollinazione manuale si usa davvero in certi contesti. Quindi, prima di elevare tutto a simbolo, ricordiamoci che molte immagini antiche potrebbero essere, banalmente, descrizioni di procedure.

Che cosa penso di “Dio”: la risposta che non piace a chi cerca slogan



